Storia di Torre Alfina

Torre Alfina, oggi frazine del comune di Acquapendente (VT), sorge sul margine settentrionale dell’altopiano di origine vulcanica lafina, che si affaccia sulla valle del Paglia in prossimità del punto d’incontro di tre regioni: Umbria, Lazio e Toscana.

Il toponimo è composto dal sostantivo Turris, che connota l’originaria funzione difensiva  del sito, accompagnato dal nome che designa l’intera  area. Secondo un’ipotesi avanzata dalla storiografia locale, Alfina deriverebbe dalla locuzione latina ad fines, stante a indicare la caratteristica limitanea dell’altopiano, accertata in età medievale in rapporto al territorio diocesano e comunale di Orvieto. Si ritiene più plausibile, invece, che il termine sia un prediale di origine germanica, di cui si hanno testimonianze anche altrove. Come tale, esso non si riferisce all’espressione di luogo latina, ma allude alla proprietà di chi ebbe in concessione il territorio nell’alto medioevo. Il prediale compare nelle fonti di XII secolo e risulta associato al semplice e generico nome Turris molto più tardi, quando l’insediamento fortificato era ormai da tempo compreso entro i limiti del contado di Orvieto. La nuova denominazione si affermò, verosimilmente, per l’esigenza avvertita dalle magistrature orvietane di distinguere il castello della Torre dell’Alfina da quello della Torre di San Severo, soggetti entrambi al dominio della città.

La ricostruzione degli eventi che hanno segnato il divenire storico di Torre Alfina è resa difficoltosa dalla frammentarietà delle fonti documentarie a disposizione e dall’assenza pressoché totale di evidenze archeologiche e di studi toponomastici. Recenti pubblicazioni (indicate in bibliografia) hanno delineato la storia del sito e hanno contribuito a rendere noti molti documenti tra i quali spicca per importanza lo statuto del 1575, ma una ricerca d’archivio sistematica attende ancora di essere avviata. Sulla base delle informazioni disponibili, che rendono arduo seguire il processo genetico e il percorso evolutivo di questo piccolo centro, si cercherà soprattutto di cogliere a grandi linee i rapporti politico-territoriali e gli aspetti istituzionali, utili a collegare Torre Alfina a contesti storici di ben più ampio respiro.

Sebbene sia stata avanzata l’ipotesi di una continuità insediativa dall’epoca etrusca, giustificata dalla vicinanza dell’importante centro di Velzna e da una modesta quantità di reperti archeologici, la mancanza di dati provenienti da campagne sistematiche di scavo non autorizza a spingersi oltre pure e semplici congetture. La stessa incertezza investe l’età romana, nonché il periodo tardo antico e altomedioevale. Certo è che l’altopiano  era attraversato da uno dei nodi stradali più antichi e di primaria importanza per la comunicazione tra l’Etruria interna e quella marittima: la via Traiana. La recente storiografia ha evidenziato come, intorno al II secolo, la costruzione della Traiana Nova avesse dato un notevole impulso all’economia della zona e l’area godesse di una certa vitalità. Tuttavia, rimane puramente ipotetica l’esistenza, a questa altezza cronologica, di una torre di sorveglianza ubicata sui margini dell’altura lungo il tracciato della Traiana Nova. Altrettanto prive di riscontri e da valutare con la massima cautela sono le  prime nebulose notizie che datano all’VIII secolo la trasformazione in castrum di una struttura fortificata più antica, collegandola alla presenza longobarda e precisamente al regno di Desiderio (756-774).

L’informazione proviene da un testo cronachistico cinquecentesco, che attribuisce a questo re l’iniziativa. L’autore, Monaldo Monaldeschi della Cervara, scrive nei suoi Commentarii Historici: «Regnando dunque in Italia Desiderio, fu Orvieto da esso restaurato […] Et allora fu edificato un castello a capo del piano dell’Alfina, da Orvieto lontano otto miglia, dov’era una sola torre fatta in fortezza». Questa tradizione, accolta dalla storiografia, sembrerebbe trovare apparente conferma nella derivazione del termine Alfinada un antroponimo di origine germanica (Alfi). Tuttavia, va detto che questo non è un argomento sufficiente da assumere come prova della fondazione dell’insediamento in età longobarda, tanto più che i due elementi che compongono il nome attuale della località compaiono  in tempi diversi e coesistono separati almeno per un paio di secoli prima di essere associati. Massima cautela nel valutare la notizia l’impone il fatto che origini analoghe si tramandano per Montecalvello, un altro castrum della famiglia Monaldeschi, e che il comune denominatore tra le due tradizioni è Alfonso Ceccarelli da Bevagna, storico di Casa Monaldeschi nonché noto falsario. Il notaio bevanate scrive in pieno Cinquecento. L’intento delle sue opere è ovvio: quello di celebrare le glorie della famiglia dei suoi committenti. Nobilitare anche le loro residenze attribuendo la fondazione a personaggi illustri rispondeva perfettamente a questo scopo.

Sfuggono del tutto, dunque, le circostanze della nascita del castrum, dato che il toponimo, nella forma più antica di Castrum Turris e in quella più tarda di Castrum Turris Alfine, punteggia lacerti documentari e testi cronachistici di età basso medievale e moderna. Evidente appare la finalità della sua fondazione: l’inserimento in un sistema di difesa di un territorio. Come è stato notato in casi analoghi, infatti, l’aspetto di sito isolato e in posizione rilevata lungo una direttrice viaria, in rapporto visivo con altre strutture fortificate, sono fattori che connotano la funzione difensiva e le proprietà strategiche rispetto all’avvistamento del territorio circostante. Proprio tali requisiti hanno alimentato l’importanza del castrum nei secoli centrali del medioevo e hanno contribuito sporadicamente a portarlo al centro di eventi storici di rilievo nei secoli successivi.

Allo stato attuale delle ricerche, isolata rimane la prima labile traccia documentaria risalente alla fine del X secolo. Nel 993 Ugo, marchese di Toscana, insieme alla moglie, donava alla Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme alcuni beni situati nelle contee di Sovana, Acquapendente e Orvieto. Tra le terre ubicate nei dintorni di Acquapendente compare una «villa de Turre», forse identificabile  con l’attuale insediamento di Torre Alfina.

Le testimonianze successive, molto più tarde, si riferiscono con certezza a Torre Alfina e sono tramandate dal catasto di Orvieto del 1292 e dalle Rationes decimarum del 1297. La presenza del Castrum Turris nelle fonti suddette restituisce l’immagine di un assetto geo-politico già definito, che colloca il sito entro i confini comunali e diocesani di Orvieto e all’interno della più ampia circoscrizione rappresentata dalla provincia del Patrimonio di San Pietro in Tuscia. Nel medesimo tempo rivelano i rapporti di soggezione di Torre Alfina sia a un potere centrale (l’autorità pontificia) sia a un centro di potere ad esso periferico (la città di Orvieto).

In quegli stessi anni fa la sua comparsa nella storia del castrum la famiglia Monaldeschi. Dallo studio condotto sul catasto di Orvieto da Élisabeth Carpentier, si sa che membri di quella famiglia possedevano terre prossime al fiume Paglia fin dal 1157 e che forse nel 1278 il castello era un loro possedimento. Lo si deduce dal fatto che, a quella data, il Castrum Turris non compare nel catasto di Orvieto, ma è registrato solo nel 1292 insieme ad altri cinque castra appartenenti per la maggior parte ai Monaldeschi, per lungo tempo ostili alle pretese del comune. L’informazione desunta dalle fonti è stata interpretata da Élisabeth Carpentier come segno dell’espansione verso Ovest del comune di Orvieto e della sua capacità di attrarre entro il proprio sistema fiscale entità territoriali ancora soggette a poteri locali di origine relativamente recente. Il felice esito di queste mire espansionistiche coincide con la graduale affermazione politica dei Monaldeschi nella vita  comunale di Orvieto.

Il rapporto di Torre Alfina con alcuni personaggi di questa famiglia va assumendo contorni più precisi solo nei secoli successivi al XIII. Proprietari del castello e di gran parte delle terre circostanti risultano i discendenti di Corrado di Ermanno. Questi formarono il ramo dei Monaldeschi detti della Cervara, al quale appartenne Manno di Corrado, signore di Orvieto (1332-1334). I sanguinosi conflitti tra gli esponenti dei quattro rami della famiglia (Cervara, Vipera, Cane, Aquila) per la conquista del potere e per la difesa dei propri interessi economici si spostarono spesso dalla scena principale (Orvieto) ai possedimenti periferici. I testi delle cronache narrano storie di battaglie, di imboscate e tradimenti, di veleni e barbare uccisioni avvenute all’interno del castello di Torre Alfina. Si racconta, ad esempio, di un Monaldeschi della Vipera, responsabile dell’assassinio di un Monaldeschi della Cervara, ucciso e fatto a pezzi nei sotterranei del castello (1351); e ancora si narra di Guido e Lutino, dei Monaldeschi dell’Aquila, trucidati  nello stesso luogo per ordine di Corrado e Luca della Cervara, per impedire il matrimonio con le figlie dei signori di Rotecastello e per impadronirsi delle loro proprietà (1406). Le faide famigliari, le guerricciole, le rappresaglie, così come la trasformazione più tarda della struttura fortificata in residenza di campagna (XVI sec.), senza dubbio produssero i loro effetti sulla vita economica e sociale di Torre Alfina. Per quanto concerne le vicende politico-istituzionali del luogo, il ruolo dei Monaldeschi appare difficilmente valutabile nella fase iniziale e del tutto marginale soprattutto dal momento in cui il loro peso politico nella vita pubblica di Orvieto andò scemando. Tra alterne vicende, il ramo della Cervara conservò la proprietà fino alla metà del XVII secolo, quando, per via ereditaria, il castello insieme ai vasti possedimenti terrieri passarono ai Bourbon del Monte (XVII-XIX sec.).

Con la presenza dei Monaldeschi la storia del piccolo centro finisce di solito per identificarsi con – e per essere illustrata da – la storia della famiglia  proprietaria del castello. Di conseguenza, rimangono spesso in ombra le vicende di una compagine sociale che, guadagnando uno spazio di autogoverno tra poteri concorrenti, ha ottenuto la possibilità di organizzarsi sotto il profilo istituzionale e di emanare  propri statuti.

Le prime notizie a disposizione sull’esistenza del comune non sono precedenti al XV secolo. Tuttavia, non è da escludere che la piccola comunità, al pari di altre simili soggette a Orvieto, abbia raggiunto un assetto istituzionale di relativa autonomia amministrativa tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, configurandosi fin dall’origine come comune rurale, ovvero come parte dell’ingranaggio comunale della città dominante e dipendente giuridicamente da essa. Tale risulta dalla redazione statutaria del 1575, emanata nell’ambito di uno scenario storico profondamente mutato rispetto ai due secoli precedenti, sia per quanto riguarda il ruolo politico di Orvieto, notevolmente ridimensionato, sia per la nuova organizzazione dello Stato della Chiesa nei decenni successivi al Concilio di Trento.

Lo statuto di Torre Alfina, conservato presso la Biblioteca del Senato, è stato recentemente pubblicato a cura di Fabio Marco Fabbri. Il testo, elaborato da quattro statutarii appositamente eletti, è diviso in cinque libri (I Delle cose apartenente alla comunità et suoi offitiali; II Del podestà et cose apartene<n>te a suo ofitio et suo salario; III De’ malefitii; IV Del danno dato; V Di cose varie et stravagante). Come in ogni statuto, il contenuto mette in luce i molteplici aspetti dell’organizzazione istituzionale e giudiziaria, della vita economica e sociale. Gli organi di governo erano formati da un podestà, nominato dal Comune di Orvieto (Lib. II, cap. II e sgg.), dal consiglio generale (cap. Lib. I, cap. II e cap. VI), dai priori, dal camerlengo (Lib. I, cap. 19), da un balivo o castaldo (Lib. II, cap. VII) e da altri ufficiali deputati a vigilare sui beni del comune e sulle vie (Lib. IV, cap. V, Lib. I, cap. XXI), a stimare i danni dati (Lib. IV, cap. III),  a organizzare la fiera di s. Bartolomeo, a occuparsi dell’ospedale (Lib. I, cap. XXI). Nessun ruolo è assegnato nel testo ai Monaldeschi, che pure in quel periodo risultano ben presenti nel castello già ampliato da Sforza della Cervara.  Sotto il profilo economico, l’immagine che riflette la fonte normativa è quella di un centro basato su un’economia essenzialmente agricola e sul commercio interno dei prodotti alimentari di prima necessità.

Al momento della stesura dello statuto l’importanza strategica di Torre Alfina era già da tempo venuta meno. Esaurita la funzione difensiva, il sito è andato assumendo una posizione di crescente marginalità, anche rispetto al sistema viario, che ha contributo a innescare un processo di graduale impoverimento. Lo si evince dalla  documentazione dell’archivio della Congregazione del Buon Governo (conservato presso l’Archivio di Stato di Roma), l’ufficio del governo pontificio destinato a pronunciarsi nelle questioni fiscali, economiche in genere e giudiziarie relative alle comunità dello Stato della Chiesa tra XVI e XIX secolo. Diversi documenti, tratti da questo archivio, sono stati recentemente  pubblicati insieme a uno studio a carattere demografico. Le carte evidenziano uno stato di emergenza economica, instauratosi dalla metà del XVII secolo, che determinò un progressivo spopolamento del sito. Per sopperire in parte ai bisogni della comunità, nel 1744 il proprietario del castello, Pompeo Bourbon del Monte, istituì un Monte Frumentario per la raccolta e la distribuzione del grano alle famiglie più bisognose, ma l’iniziativa non servì a risollevare le sorti dell’economia fortemente compromessa da diversi fattori. 

L’avvento del governo francese (1809) intervenne in maniera sostanziale a modificare la rete di rapporti politici consolidati nel corso di secoli, deviando verso Acquapendente i legami  intrattenuti fino ad allora dalla comunità con la città di Orvieto. Il nuovo assetto territoriale, stabilito dalla Consulta Straordinaria per gli Stati Romani con decreto del 15 luglio 1809, divideva il Lazio e l’Umbria nei due dipartimenti del Tevere e del Trasimeno. Il dipartimento del Trasimeno fu ripartito nei quattro circondari di Perugia, Spoleto, Foligno e Todi con capoluogo Spoleto. I circondari furono suddivisi a loro volta in cantoni, i cantoni in comuni più piccoli. Il comune di Torre Alfina venne assegnato  al circondario di Todi (sede di sottoprefettura) e al cantone di Acquapendente. Ma poco dopo il 1809, a causa del calo demografico, esso fu aggregato alla mairie di Acquapendente. Lo si evince dal Prospetto generale del circondario di Todi (Todi, Archivio Storico Comunale, Fondo Napoleonico, senza segnatura e senza data ma post 2 agosto 1809) che fornisce indicazioni specifiche dei «Cantoni, cui vanno riunite Communi che per mancanza di Popolazione si trovano nel caso di esser riunite alle altre per formare di queste una sola Commune». Torre Alfina, aggregato ad Acquapendente, contava appena 300 abitanti.

Con l’unità d’Italia il legame amministrativo stabilito fin dai tempi del governo francese è stato conservato e Torre Alfina è diventata frazione di Acquapendente.

Altro epilogo è quello che interessa il castello e la tenuta ad esso connessa. La proprietà, passata per via ereditaria dai Monaldeschi della Cervara alla famiglia Bourbon del Monte, fu venduta nel 1880 da Guido Bourbon del Monte a Edoardo Cahen, banchiere ebreo di Anversa, creato marchese da Umberto I nel 1885. Il nuovo acquirente avviò una ristrutturazione totale del palazzo, affidandosi alla consulenza dell’architetto senese Giuseppe Partini. Costui, seguendo la tendenza del revival in voga nel tempo, progettò una nuova imponente struttura in stile neogotico, rivestita di un paramento in pietra grigia di Bagnoregio. Il vistoso ampliamento ha occultato del tutto l’autentico aspetto medievale e le stratificazioni rinascimentali, conservando soltanto, con alcune modifiche, il prospetto cinquecentesco del cortile interno. Nel corso dei lavori fu rasa al suolo l’antica chiesa parrocchiale intitolata a S. Maria Assunta, prossima al castello, per far spazio al piazzale antistante e ai giardini. L’operazione cancellò per sempre una preziosa testimonianza storico-artistica e modificò profondamente l’impianto urbanistico medievale. Il figlio di Edoardo, Rodolfo, utilizzò il castello solo per soggiorni temporanei. Alla sua morte la proprietà fu ereditata da Urbano Papilloud-Cahen, che la vendette nel 1959 ad Alfredo Baroli. Dopo vari passaggi di proprietari per lo più banche si passa alla proprietà di Luciano Gaucci personaggio poliedrico e folkloristico di un calcio oramai passato, tanti i personaggi illustri ospiti nel castello in quei anni da Calciatori,personaggi politici,la storia di Gaucci a Torre Alfina si ferma con il crack del Perugia calcio

Per diversi anni il castello rimane chiuso , fino ad oggi che è stato riaperto al pubblico.